sabato 21 gennaio 2012
Pericolo scampato
Ottimo! La versione definitiva del Decreto liberalizzazioni ha fatto sparire gli articoli che più davano mani libere ai petrolieri. Forse il Ministro dell'Ambiente si è reso conto che si stava esagerando. Per ora, pericolo scampato, ma manteniamo sempre alta l'attenzione e la guardia...
giovedì 19 gennaio 2012
Attenzione al Decreto Liberalizzazioni
Oggi alcune "sentinelle" mi hanno segnalato articoli di stampa sul Decreto Liberalizzazioni che il Governo dovrebbe approvare domani: articoli inerenti la semplificazione normativa per la ricerca di idrocarburi che il Decreto potrebbe apportare.
Ho subito cercato tramite web l'attuale e ultima bozza del Decreto, e se corrispondesse alla reale, vi è più di una preoccupazione: il cosidetto Governo "tecnico" in questo caso fa una scelta di campo pro-petrolieri ancora più netta del precedente Governo politico, calando letteralmente le braghe e semplificando drasticamente il procedimento autorizzativo di un pozzo per la ricerca di idrocarburi, sia offshore che su terraferma.
Attendiamo il testo reale del Decreto per entrare nel merito della norma proposta ed attivare le varie azioni sui parlamentari per la presentazione di opportuni emendamenti in sede di conversione del Decreto stesso. Per ora vi riporto la relazione esplicativa dei provvedimenti per le ricerche di idrocarburi su terraferma, che già da sole mi fanno rabbrividire nelle parti che vi evidenzio. Se questa norma passasse lo spettro del petrolio tornerebbe ad aleggiare sul Parco del Curone e sulla Brianza. Restiamo "sintonizzati" e prepariamoci ad una nuova battaglia.
Ecco la relazione:
"L’attuale legislazione in materia di rilascio dei titoli abilitativi per la ricerca e produzione di idrocarburi, frutto di una progressiva stratificazione normativa, ha condotto ad un procedimento articolato e complesso, che conduce in molti casi al blocco dello stesso per mancanza di intese, e comunque alla conclusione in tempi molto più lunghi, circa doppi, di quelli degli altri Paesi OCSE.
Attraverso le modifiche proposte si definiscono i principi cardine di conferimento dei titoli:
1) al ricercatore viene conferito un titolo concessorio unico, che prevede una fase di ricerca al termine della quale, in caso di esito negativo, il titolo cessa, mentre in caso di ritrovamento minerario prosegue l’attività attraverso le fasi di sviluppo, produzione, ripristino finale;
2) la valutazione d’impatto ambientale, obbligatoria per ogni fase di ricerca e sviluppo, viene svolta sui progetti definitivi all’atto della loro definizione e presentazione, e non più sui generici programmi di lavoro presentati all’atto della richiesta del titolo abilitativo come avviene in base alle leggi vigenti;
3) sono definite in modo univoco le procedure di accettazione pubblica da seguire dall’atto del rilascio del titolo e l’entità e la destinazione delle compensazioni previste per le fasi di ricerca e di sviluppo. In tal modo l’operatore ha la necessaria certezza del diritto a ricercare e poi a estrarre il frutto del giacimento in caso di ritrovamento".
Ho subito cercato tramite web l'attuale e ultima bozza del Decreto, e se corrispondesse alla reale, vi è più di una preoccupazione: il cosidetto Governo "tecnico" in questo caso fa una scelta di campo pro-petrolieri ancora più netta del precedente Governo politico, calando letteralmente le braghe e semplificando drasticamente il procedimento autorizzativo di un pozzo per la ricerca di idrocarburi, sia offshore che su terraferma.
Attendiamo il testo reale del Decreto per entrare nel merito della norma proposta ed attivare le varie azioni sui parlamentari per la presentazione di opportuni emendamenti in sede di conversione del Decreto stesso. Per ora vi riporto la relazione esplicativa dei provvedimenti per le ricerche di idrocarburi su terraferma, che già da sole mi fanno rabbrividire nelle parti che vi evidenzio. Se questa norma passasse lo spettro del petrolio tornerebbe ad aleggiare sul Parco del Curone e sulla Brianza. Restiamo "sintonizzati" e prepariamoci ad una nuova battaglia.
Ecco la relazione:
"L’attuale legislazione in materia di rilascio dei titoli abilitativi per la ricerca e produzione di idrocarburi, frutto di una progressiva stratificazione normativa, ha condotto ad un procedimento articolato e complesso, che conduce in molti casi al blocco dello stesso per mancanza di intese, e comunque alla conclusione in tempi molto più lunghi, circa doppi, di quelli degli altri Paesi OCSE.
Attraverso le modifiche proposte si definiscono i principi cardine di conferimento dei titoli:
1) al ricercatore viene conferito un titolo concessorio unico, che prevede una fase di ricerca al termine della quale, in caso di esito negativo, il titolo cessa, mentre in caso di ritrovamento minerario prosegue l’attività attraverso le fasi di sviluppo, produzione, ripristino finale;
2) la valutazione d’impatto ambientale, obbligatoria per ogni fase di ricerca e sviluppo, viene svolta sui progetti definitivi all’atto della loro definizione e presentazione, e non più sui generici programmi di lavoro presentati all’atto della richiesta del titolo abilitativo come avviene in base alle leggi vigenti;
3) sono definite in modo univoco le procedure di accettazione pubblica da seguire dall’atto del rilascio del titolo e l’entità e la destinazione delle compensazioni previste per le fasi di ricerca e di sviluppo. In tal modo l’operatore ha la necessaria certezza del diritto a ricercare e poi a estrarre il frutto del giacimento in caso di ritrovamento".
lunedì 1 agosto 2011
Son passati già due anni
Son già passati due anni dalla battaglia contro i pozzi di petrolio nella Valle del Curone. Per ora tutto tace, nessuna compagnia petrolifera ha ritentato in ciò che a Po Valley ed Edison non è riuscito. Oggi un articolo sul Corriere della Sera, parlando di un tentativo di ricerca in Veneto, ricorda la battaglia della Valle del Curone.
Riportiamo per comodità di di seguito il testo:
Una societa' inglese già attiva a Treviso
Trivelle texane in Veneto: il miraggio del petrolio
Dalla Basilicata al Nord-Est, un sogno lungo 60 anni. Una compagnia Usa ha chiesto di scavare in tre province.
VENEZIA - L'oro nero della pianura veneta attrae gli yankee. Ma riusciranno i texani a piantar trivelle per scoprire se nel sottosuolo vi sono giacimenti di idrocarburi? Sarebbero i primi passi verso lo sfruttamento prossimo venturo da parte di una società, la «Aleanna Resources» che, di sicuro, non è la prima ad interessarsi a questo territorio. Già negli anni 60 si scoprì che nel Polesine c'era il metano e, in parallelo, si accertò che gli scavi provocavano il fenomeno delle «subsidenza» (abbassamento del suolo), con effetti devastanti per quei luoghi sospesi tra terra, fiume, mare. Vero è che l'arrivo degli americani in Veneto ha riportato d'attualità il tema e ieri Il Gazzettino vi ha dedicato una pagina, raccontando il progetto, che riguarda 70 Comuni delle province di Rovigo, Padova, Venezia, e che non piace alla gran parte dei sindaci.
Al di là del campanello di allarme dei municipi, nella vicenda c'è un passaggio delicato. Riguarda il primo parere della Commissione veneta «Via» (Valutazione d'impatto ambientale), previsto per dopodomani, 3 agosto. Spiega il presidente Silvano Vernizzi: «La società texana ci chiede se il loro progetto di trivellazione è o no soggetto alla valutazione d'impatto ambientale. Si tratta di stabilire se è il caso di aprire la procedura che porterà al verdetto definitivo, o se dare il nulla osta preliminare». Come vi regolerete? «È una questione delicata», taglia corto Vernizzi. C'è da intuire che per i texani non sarà una passeggiata. Del resto, molti dei tentativi fatti in Veneto (e non solo qui) di sfruttamento di giacimenti di idrocarburi sono andati a infrangersi contro le proteste dei cittadini.
Il primo caso significativo di utilizzo dell'oro nero risale al Dopoguerra, quando l'Agip trovò un piccolo giacimento di petrolio a Cortemaggiore (Piacenza). Che ben presto si esaurì. Una fonte attiva si trova al Sud, in Val d'Agri (provincia di Potenza), dove l'estrazione del petrolio cominciò nel 1980. E copre ancora circa il 10 per cento del fabbisogno nazionale. Tant'è. Le richieste di trivellazioni e carotaggi sono centinaia ogni anno (dalla Sicilia all'Emilia), ma generalmente restano al palo. Nel rapporto costi benefici, prevale la salvaguardia dell'ambiente. Emblematica è stata la protesta nella Valle del Curone (Brianza lecchese), polmone verde, parco protetto, nel respingere i cercatori di fonti di idrocarburi.
Tornando al Veneto, in provincia di Treviso la società inglese «Celtique Energie Petroleum» ha avuto il permesso dal ministero dello Sviluppo economico per i prossimi sei anni di scavare alla ricerca di gas e petrolio (4 chilometri di profondità) su un'area di oltre 500 chilometri quadrati. «C'è un precedente di scavi avviati nel Trevigiano e anche nel Bellunese, vent'anni fa - osserva Gianfranco Bettin, verde, assessore all'Ambiente del Comune di Venezia -. Allora era l'Eni la società interessata.
Io credo che vada tenuta alta la guardia. L'impatto ambientale è una cosa seria. E il fenomeno della subsidenza non va sottovalutato. Ora parliamo di petrolio, ma ricordo che nel 1973 fu bloccato il pompaggio di acqua dal sottosuolo che serviva per le industrie di Porto Marghera, poiché creava subsidenza. Se in Laguna la terra si abbassa e l'acqua si alza, l'effetto è disastroso». Conclude Bettin: «Dubito che i texani potranno averla vinta, l'opposizione è dura e trasversale agli schieramenti politici». Coinvolgiamo sul tema il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, chiedendogli che ne pensa delle trivellazioni americane. Non si sbilancia: «Devo ancora approfondire la questione».
Marisa Fumagalli
01 agosto 2011 12:41
Riportiamo per comodità di di seguito il testo:
Una societa' inglese già attiva a Treviso
Trivelle texane in Veneto: il miraggio del petrolio
Dalla Basilicata al Nord-Est, un sogno lungo 60 anni. Una compagnia Usa ha chiesto di scavare in tre province.
VENEZIA - L'oro nero della pianura veneta attrae gli yankee. Ma riusciranno i texani a piantar trivelle per scoprire se nel sottosuolo vi sono giacimenti di idrocarburi? Sarebbero i primi passi verso lo sfruttamento prossimo venturo da parte di una società, la «Aleanna Resources» che, di sicuro, non è la prima ad interessarsi a questo territorio. Già negli anni 60 si scoprì che nel Polesine c'era il metano e, in parallelo, si accertò che gli scavi provocavano il fenomeno delle «subsidenza» (abbassamento del suolo), con effetti devastanti per quei luoghi sospesi tra terra, fiume, mare. Vero è che l'arrivo degli americani in Veneto ha riportato d'attualità il tema e ieri Il Gazzettino vi ha dedicato una pagina, raccontando il progetto, che riguarda 70 Comuni delle province di Rovigo, Padova, Venezia, e che non piace alla gran parte dei sindaci.
Al di là del campanello di allarme dei municipi, nella vicenda c'è un passaggio delicato. Riguarda il primo parere della Commissione veneta «Via» (Valutazione d'impatto ambientale), previsto per dopodomani, 3 agosto. Spiega il presidente Silvano Vernizzi: «La società texana ci chiede se il loro progetto di trivellazione è o no soggetto alla valutazione d'impatto ambientale. Si tratta di stabilire se è il caso di aprire la procedura che porterà al verdetto definitivo, o se dare il nulla osta preliminare». Come vi regolerete? «È una questione delicata», taglia corto Vernizzi. C'è da intuire che per i texani non sarà una passeggiata. Del resto, molti dei tentativi fatti in Veneto (e non solo qui) di sfruttamento di giacimenti di idrocarburi sono andati a infrangersi contro le proteste dei cittadini.
Il primo caso significativo di utilizzo dell'oro nero risale al Dopoguerra, quando l'Agip trovò un piccolo giacimento di petrolio a Cortemaggiore (Piacenza). Che ben presto si esaurì. Una fonte attiva si trova al Sud, in Val d'Agri (provincia di Potenza), dove l'estrazione del petrolio cominciò nel 1980. E copre ancora circa il 10 per cento del fabbisogno nazionale. Tant'è. Le richieste di trivellazioni e carotaggi sono centinaia ogni anno (dalla Sicilia all'Emilia), ma generalmente restano al palo. Nel rapporto costi benefici, prevale la salvaguardia dell'ambiente. Emblematica è stata la protesta nella Valle del Curone (Brianza lecchese), polmone verde, parco protetto, nel respingere i cercatori di fonti di idrocarburi.
Tornando al Veneto, in provincia di Treviso la società inglese «Celtique Energie Petroleum» ha avuto il permesso dal ministero dello Sviluppo economico per i prossimi sei anni di scavare alla ricerca di gas e petrolio (4 chilometri di profondità) su un'area di oltre 500 chilometri quadrati. «C'è un precedente di scavi avviati nel Trevigiano e anche nel Bellunese, vent'anni fa - osserva Gianfranco Bettin, verde, assessore all'Ambiente del Comune di Venezia -. Allora era l'Eni la società interessata.
Io credo che vada tenuta alta la guardia. L'impatto ambientale è una cosa seria. E il fenomeno della subsidenza non va sottovalutato. Ora parliamo di petrolio, ma ricordo che nel 1973 fu bloccato il pompaggio di acqua dal sottosuolo che serviva per le industrie di Porto Marghera, poiché creava subsidenza. Se in Laguna la terra si abbassa e l'acqua si alza, l'effetto è disastroso». Conclude Bettin: «Dubito che i texani potranno averla vinta, l'opposizione è dura e trasversale agli schieramenti politici». Coinvolgiamo sul tema il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, chiedendogli che ne pensa delle trivellazioni americane. Non si sbilancia: «Devo ancora approfondire la questione».
Marisa Fumagalli
01 agosto 2011 12:41
giovedì 22 luglio 2010
Lettera aperta del Comitato "No Al Pozzo" ai firmatari della petizione
LETTERA APERTA AI FIRMATARI DELLA PETIZIONE CONTRARIA ALLA PERFORAZIONE DI UN POZZO PER LA RICERCA DI IDROCARBURI NEL PARCO DI MONTEVECCHIA E VALLE DEL CURONE
Gentili firmatari della petizione e sostenitori del Comitato "No al Pozzo",
faccio seguito alle polemiche apparse a mezzo stampa ed in alcuni siti negli ultimi giorni relativi alla mobilitazione che giusto un anno fa respinse l'attacco di "Po Valley" ed "Edison" al nostro "Oro Verde".
La mobilitazione che caratterizzò l’estate scorsa è stata mossa da una sincera e consapevole opposizione all’idea di trasformare questa zona della Brianza lecchese in un distretto minerario. L’impegno quotidiano delle persone facente parte del comitato, la forza della gente e le prese di posizione di tutte le amministrazioni coinvolte, oltre che alcuni interventi a livello politico, hanno temporaneamente fermato la richiesta di perforazioni petrolifere. Come può ben immaginare questa può essere considerata solo una vittoria temporanea, prima o poi qualcun'altro si affaccerà alla porta. Ed è proprio in virtù di questa eventualità che il comitato ha deciso di non sciogliersi e di continuare a monitorare il territorio del Parco.
Innanzitutto come credo sapete, ci siamo fatti carico, attraverso la preziosa collaborazione di Paola Lazzarotto, della pubblicazione di un libro bianco: “Oro Verde – cronistoria di petrolieri e gelsi nel parco di Montevecchia” in cui oltre a raccontare gli avvenimenti di quei mesi, si sono raccolti tutti i documenti prodotti e si è esplicitata la strategia di opposizione civile e costruttiva intrapresa. L’obiettivo è stato mettere nero su bianco non solo una semplice testimonianza, ma creare un vero e proprio strumento di lavoro utile a chi si dovesse trovare nelle nostre stesse condizioni di un anno fa. A testimonianza di quanto sto dicendo molte persone che abitano in luoghi ben distanti dalla Brianza e stanno lottando contro le trivelle ci hanno chiesto copia del libro, che è stata sollecitamente spedita. A mio parere questo è un modo concreto per dare un contributo reale a chi si trova a dover fronteggiare lo strapotere dei petrolieri.
Finito il tema del petrolio si è aperto quello del cemento. Ovviamente non c’è sequenzialità tra i due temi, purtroppo è da decenni che il nostro territorio subisce costantemente l’aggressione della cementificazione. Ma restiamo sul pezzo e quindi sull’ipotesi di cementificazione all’interno del Parco di Montevecchia. Verso maggio di quest’anno ci siamo informati con gli organi amministrativi di competenza sulla reale consistenza di alcune ipotesi di edificazione all’interno del Parco e, benché la materia sia molto più complessa di quello che si può immaginare (ci sono dei regolamenti di carattere amministrativo che normano e tutelano il territorio, ma contestualmente anche eventuali diritti acquisiti, aree di competenza comunale altre di competenza dell’ente Parco etc.etc.), l’idea che ci siamo fatti è che, almeno per il futuro prossimo, gli enti di governo del territorio hanno seguito una linea di reale tutela del Parco. I fatti per il momento stanno dando loro ragione, vedi ad esempio l’evoluzione della pratica "allevamento Quadrifoglio" in Comune di Olgiate Molgora e quella dell’area Fornace a Rovagnate.
Nel frattempo il nostro contributo contro la cementificazione lo stiamo apportando collaborando attivamente alla costituzione di un nuovo comitato civico, costituitosi formalmente martedì 20 luglio 2010 presso la sala civica di Olgiate Molgora, il cui obiettivo è promuovere la trasformazione del Monte di Brianza e San Genesio in un parco locale. Il nostro impegno a questa iniziativa rappresenta un passo concreto per ottenere una nuova area verde protetta e continuare ad investire su un’idea di tutela e sviluppo virtuoso del nostro territorio.
Infine sul tema della strumentalizzazione del lavoro di Maria Rita D’Orsogna e sulle “voci” che qualcuno all’interno del comitato si sia mosso contro il petrolio per favorire il cemento, si tratta di affermazioni talmente assurde per cui mi capirete se non aggiungo altro.
Cordiali saluti,
Alberto Saccardi
Presidente del Comitato "No al Pozzo"
Gentili firmatari della petizione e sostenitori del Comitato "No al Pozzo",
faccio seguito alle polemiche apparse a mezzo stampa ed in alcuni siti negli ultimi giorni relativi alla mobilitazione che giusto un anno fa respinse l'attacco di "Po Valley" ed "Edison" al nostro "Oro Verde".
La mobilitazione che caratterizzò l’estate scorsa è stata mossa da una sincera e consapevole opposizione all’idea di trasformare questa zona della Brianza lecchese in un distretto minerario. L’impegno quotidiano delle persone facente parte del comitato, la forza della gente e le prese di posizione di tutte le amministrazioni coinvolte, oltre che alcuni interventi a livello politico, hanno temporaneamente fermato la richiesta di perforazioni petrolifere. Come può ben immaginare questa può essere considerata solo una vittoria temporanea, prima o poi qualcun'altro si affaccerà alla porta. Ed è proprio in virtù di questa eventualità che il comitato ha deciso di non sciogliersi e di continuare a monitorare il territorio del Parco.
Innanzitutto come credo sapete, ci siamo fatti carico, attraverso la preziosa collaborazione di Paola Lazzarotto, della pubblicazione di un libro bianco: “Oro Verde – cronistoria di petrolieri e gelsi nel parco di Montevecchia” in cui oltre a raccontare gli avvenimenti di quei mesi, si sono raccolti tutti i documenti prodotti e si è esplicitata la strategia di opposizione civile e costruttiva intrapresa. L’obiettivo è stato mettere nero su bianco non solo una semplice testimonianza, ma creare un vero e proprio strumento di lavoro utile a chi si dovesse trovare nelle nostre stesse condizioni di un anno fa. A testimonianza di quanto sto dicendo molte persone che abitano in luoghi ben distanti dalla Brianza e stanno lottando contro le trivelle ci hanno chiesto copia del libro, che è stata sollecitamente spedita. A mio parere questo è un modo concreto per dare un contributo reale a chi si trova a dover fronteggiare lo strapotere dei petrolieri.
Finito il tema del petrolio si è aperto quello del cemento. Ovviamente non c’è sequenzialità tra i due temi, purtroppo è da decenni che il nostro territorio subisce costantemente l’aggressione della cementificazione. Ma restiamo sul pezzo e quindi sull’ipotesi di cementificazione all’interno del Parco di Montevecchia. Verso maggio di quest’anno ci siamo informati con gli organi amministrativi di competenza sulla reale consistenza di alcune ipotesi di edificazione all’interno del Parco e, benché la materia sia molto più complessa di quello che si può immaginare (ci sono dei regolamenti di carattere amministrativo che normano e tutelano il territorio, ma contestualmente anche eventuali diritti acquisiti, aree di competenza comunale altre di competenza dell’ente Parco etc.etc.), l’idea che ci siamo fatti è che, almeno per il futuro prossimo, gli enti di governo del territorio hanno seguito una linea di reale tutela del Parco. I fatti per il momento stanno dando loro ragione, vedi ad esempio l’evoluzione della pratica "allevamento Quadrifoglio" in Comune di Olgiate Molgora e quella dell’area Fornace a Rovagnate.
Nel frattempo il nostro contributo contro la cementificazione lo stiamo apportando collaborando attivamente alla costituzione di un nuovo comitato civico, costituitosi formalmente martedì 20 luglio 2010 presso la sala civica di Olgiate Molgora, il cui obiettivo è promuovere la trasformazione del Monte di Brianza e San Genesio in un parco locale. Il nostro impegno a questa iniziativa rappresenta un passo concreto per ottenere una nuova area verde protetta e continuare ad investire su un’idea di tutela e sviluppo virtuoso del nostro territorio.
Infine sul tema della strumentalizzazione del lavoro di Maria Rita D’Orsogna e sulle “voci” che qualcuno all’interno del comitato si sia mosso contro il petrolio per favorire il cemento, si tratta di affermazioni talmente assurde per cui mi capirete se non aggiungo altro.
Cordiali saluti,
Alberto Saccardi
Presidente del Comitato "No al Pozzo"
lunedì 12 luglio 2010
12 luglio 2009 - 12 luglio 2010

12 luglio 2009. Era una domenica calda e afosa, ed insieme a migliaia di persone ero in prima linea a Bagaggera nella manifestazione contro i pozzi di petrolio della Po Valley.
12 luglio 2010. Fa ancora caldo, è passato ormai un anno dalla corale manifestazione, e mi trovo a rintuzzare (da solo) quotidianamente i sospetti che il movimento contro il petrolio fosse stato spinto da una lobby che aveva a cuore lo sviluppo edilizio all'interno del Parco.
Il mondo è strano e la politica lo è ancora di più. Per quel che posso, dico solo quello che penso, come faccio sempre. Nessuno ha mosso migliaia di persone per favorire il cemento nel Parco. Nulla in questo anno è cambiato rispetto all'edificazione che si può o non si può fare nel Parco.
Qualcosa in realtà davvero stava cambiando, presso l'ex Allevamento Quadrifoglio tra Pianezzo e Bagaggera, uno dei luoghi in cui Po Valley intendeva scavare. La bozza di P.G.T. del Comune di Olgiate Molgora prevedeva un progetto di riconversione residenziale delle ex stalle con la realizzazione di un eco villaggio ambientalmente sostenibile: una scelta condivisibile o meno per cercare di risolvere il problema di un comparto dismesso nel cuore del Parco.
Una rivalutazione della cosa da parte del Comune ha però portato alla cancellazione di tale riconversione, tanto che nella bozza di nuovo P.G.T. che è oggi disponibile sul sito del Comune tale area mantiene la destinazione agricola.
Credo che tale scelta sia la migliore risposta alle illazioni che in queste settimane ed in questi giorni si sono rincorse sul tema.
Il movimento contro il petrolio nel Parco è stato spontaneo e corale. Ciò che siamo riusciti a fare nella lotta un anno fa cerchiamo di non disperderlo oggi: per il futuro del Parco di Montevecchia e della Valle del Curone.
(nella foto tratta da http://www.merateonline.it: il 12 luglio 2009 a Bagaggera)
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